Doppia soglia, rito e cambiamento

Pasqua è un rituale classico. Doppia soglia. Come tutti i rituali ben cerimoniati, peraltro, e come quasi tutte le storie che ci raccontiamo da quando scheggiamo selci e gestiamo il fuoco, e non sono stati i Sapiens i primi a gestire il fuoco.

C’è un tempo sospeso, tra la prima e la seconda soglia. Le quali soglie, ve lo dico da gangherologo, nell’analisi dei testi diventano “fratture” narrative, perché abbiamo Pino Pinotto che non fa niente, poi cambia la situazione e lui deve intervenire, poi il tutto si richiude ma nulla è più come prima.

D’altronde, in principio era l’azione (Goethe) sennò non c’è storia. Unfreeze-mobility-freeze, se volete.

Jannis per l’appendimento informale: fateci caso la prossima volta che guardate un film o leggete un romanzo, cercate la doppia soglia, le fratture del testo, c’era due volte un prima e un dopo.

Un tempo sospeso, dicevo, il tempo dell’azione, il tempo del sacro. Un confine che separa il tempo ordinario da quello pregnissimo di simboli, perché è lì che avviene la trasformazione appunto simbolica dei partecipanti, del loro status.

Siamo a Pasqua, pensate a un funerale qualsiasi. C’è il referto medico per l’ufficialità del trapasso, poi la camera ardente, poi la sepoltura. Il tessuto sociale lacerato dalla morte di una persona (la sua cerchia sociale, familiare amicale e professionale) viene alla fine ricucito, sancendo la nuova situazione esistenziale. Nel mezzo, c’è l’elaborazione rituale.

Nella soglia d’ingresso il passaggio dalla routine al rito avviene tramite atti di separazione, anche appunto fisica. Il viaggio. Questi segnali indicano che le regole sociali comuni vengono sospese.

Poi abbiamo il rito che richiede un luogo “altro” e un tempo sottratto alla produttività, dove smettiamo i panni della quotidianità, dove il defunto stesso deve essere svestito e purificato, gli vanno tolti gli abiti civili per spogliarlo dell’identità sociale precedente. Abbiamo l’ingresso nel liminale, siamo oltre la prima soglia limen, si entra in una fase di sospensione dove le gerarchie si annullano e si sperimenta una condizione di indeterminatezza. Infine ecco la soglia d’uscita, il processo di riaggregazione. Non si torna mai allo stato precedente in modo identico, poiché il rito ha impresso un cambiamento.

L’eroe del romanzo rientra nella società con un nuovo status, un nuovo nome o nuove responsabilità, e spesso qui avvengono delle feste, pasti collettivi o celebrazioni che riportano il corpo alla dimensione biologica e sociale e sanciscono il suo nuovo ruolo (sì, vale anche per i defunti).

C’è una “fissazione” del senso, quando la seconda soglia chiude l’esperienza simbolica, “sigillando” l’efficacia del rito nella memoria del gruppo. La tensione tra le due soglie garantisce che l’energia sprigionata durante il rito non si disperda, ma venga canalizzata per stabilizzare la cultura o il legame comunitario. Se la prima soglia stabilisce il caos creativo, la seconda ristabilisce l’ordine trasformato. Abbiamo un cambiamento? Abbiamo una storia. Abbiamo una storia? Abbiamo un cambiamento. E almeno due porte da attraversare.

Fin qui, tutto bene. A parte il fatto che nel caso di Cristo abbiamo una seconda soglia piuttosto creativa, perché il cavelòn blue eyes come sappiamo risorge dal regno dei morti e assurge alla gloria dei cieli.

Non ci crederete, ma io volevo parlare di tutt’altro. Di cinema, in particolare.

Perché la domenica di Pasqua si rompono le uova, il lunedì di Pasquetta si va fuoriporta a fare un picnic.

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