
C’è chi mette in guardia contro la tecnocrazia, contro gli alfieri del Dark Enlightment, a esempio Timnit Gebru ed Émile Torres che hanno coniato l’acronimo TESCREAL (Transumanesimo, Estropianesimo, Singolaritarismo, Cosmismo, Razionalismo, Altruismo Efficace e Longtermismo, potete googlare tutto), per identificare questo pentolone di approcci, questo sistema dove la fede nel progresso tecnologico illimitato si sposa con una visione politica elitaria e, spesso, dichiaratamente antidemocratica.
D’altronde, come dice Thiel, libertà e democrazia non devono poi mica andare per forza insieme.
Ci sono molte radici filosofiche e culturali che andrebbero indagate lungo tutto il Novecento – a me affascina il cosmismo russo di Fedorov – per capire queste posizioni di pensiero, ma guardiamo le persone: se si tratta di sostituire la democrazia con una struttura aziendale o monarchica abbiamo Curtis Yarvin, l’ideologo secondo cui lo Stato dovrebbe essere gestito come una corporation con un CEO-monarca, e definisce il sistema mediatico-accademico attuale come “La Cattedrale”, un apparato di controllo da abbattere.
Poi ecco un classico, Nick Land, filosofo britannico e padre dell’accelerazionismo di destra, per cui il capitalismo e l’intelligenza artificiale devono essere accelerate fino a polverizzare le strutture sociali umane.
Abbiamo poi la cricca di Palantir e i vari tecnocrati, una rete di miliardari che finanziano le infrastrutture di sorveglianza e difesa globale, nei gangli del potere tecnoeconomico. Peter Thiel, fondatore di PayPal e Palantir, è il vero collante tra Silicon Valley e politica radicale. Palantir, la sua azienda di analisi dati, è lo strumento operativo usato da governi e intelligence per la sorveglianza di massa e la gestione dei confini.
Alex Karp è il CEO di Palantir, si definisce un “liberale” ma sostiene che la superiorità tecnologica occidentale sia l’unica garanzia di ordine mondiale.
Marc Andreessen è l’autore del Manifesto dello Scetticismo Tecnologico. Sostiene che qualsiasi regolamentazione dell’IA sia un crimine contro il futuro e che il mercato debba guidare l’evoluzione umana senza interferenze statali.
Poi abbiamo i Longtermisti e Altruisti Efficaci, secondo cui la priorità morale assoluta sia proteggere il futuro remoto dell’umanità (anche milioni di anni), anche a costo di trascurare le sofferenze attuali.
Ecco Nick Bostrom, filosofo di Oxford e autore di Superintelligenza, quello che ha gettato le basi teoriche per il transumanesimo e il rischio esistenziale, ipotizzando che la colonizzazione dello spazio e la creazione di simulazioni digitali di vite umane siano gli obiettivi supremi, e William MacAskill, volto pubblico dell’Altruismo Efficace e del Longtermismo: la sua filosofia fornisce la giustificazione morale per accumulare ricchezze immense da destinare a progetti “salva-umanità” nel futuro lontano.
Per Jaan Tallinn, co-fondatore di Skype che finanzia massicciamente centri di ricerca sul “rischio esistenziale”, bisogna promuovere la visione di un’umanità che deve fondersi con l’IA per sopravvivere, e questo ci porta ai Transumanisti e ai Visionari, tra cui Elon Musk che incarna l’agenda TESCREAL attraverso SpaceX (cosmismo/colonizzazione), Neuralink (transumanesimo) e xAI, dove la sua gestione di X (Twitter) è spesso vista come un esperimento di applicazione delle idee neoreazionarie sulla libertà di parola e sulla distruzione delle istituzioni mediatiche tradizionali.
E infine il grande vecchio, Ray Kurzweil, il profeta della Singolarità, convinto che entro il 2045 la biologia umana si fonderà completamente con l’intelligenza artificiale.
Dicevamo: nei pensieri nemmeno più tanto reconditi di Thiel, Musk, Karp e compagnia cantante troviamo il cuore della minaccia, dell’attacco alla democrazia, in particolare l’evaporazione dello spazio pubblico.
Dobbiamo concepire fin d’ora l’IA come compiutamente integrata nei sistemi sociali, in tutti i settori della socialità, e quindi comprendere come delegare il calcolo delle scelte e delle alternative alle problematiche attuali (migrazioni, disastro del clima, globalizzazione, giustizia sociale, mercati economici, sistema educativo, quello che volete) a sistemi algoritmici significa svuotare la decisione politica della sua natura conflittuale e umana.
La democrazia decade in pura amministrazione tecnica, dove l’infrastruttura silenziosa sostituisce il dibattito, rendendo i corpi intermedi e le istituzioni semplici orpelli di un potere invisibile.
I Governi sono i camerieri del convivio, i commensali sono i tecnocrati.
La politica abdica al proprio ruolo di architetto del possibile per farsi esecutrice di verità computazionali. In questo senso smettiamo ora, già lo dicevo qui, di interrogarci sulla presunta coscienza delle macchine, cerchiamo di badare agli effetti concreti dei loro discorsi, visto che la vera urgenza riguarda la sovranità.
Ci abbiamo messo secoli di intelligenza collettiva e fiumi di sangue nelle lotte di piazza per costruire dispositivi sociali che garantissero dignità e libertà a tutti per tutti, e ora questa operatività viene spudoratamente sequestrata da logiche di rendita privata, con il plauso di molti.
La tecnologia smette di essere strumento di liberazione dal lavoro (peraltro sempre fagocitato dal capitalismo e piegato alle logiche della produzione con le mitologie dell’egemonia culturale) per trasformarsi in un dispositivo di controllo che anestetizza la partecipazione.
Quello che vediamo davanti a noi in quanto interfaccia del potere non è un velo neutro, ma il luogo dove si negozia il senso della nostra comunità. Se permettiamo che la mediazione sociale diventi un processo automatizzato, accettiamo il passaggio dal cittadino all’utente, dalla polis alla piattaforma.
La sfida non consiste nel rifiutare l’innovazione, quanto nel sottrarre il destino dell’intelligenza artificiale ai nuovi feudatari del dato, impedire che la complessità del vivere insieme venga ridotta a un problema di ottimizzazione, restituendo il futuro alla scelta e non alla previsione.
Vi lascio anche una postilla marxiana. Marxiana, non marxista, sia ben chiaro.
Sul tema del controllo dei mezzi di produzione (fabbriche, software, infrastrutture logistiche, dati), la distinzione ruota attorno alla natura del valore e al ruolo della tecnologia, e quel controllo definisce la struttura della società.
Se avviene questo scollamento non solo tra “padroni” e forza lavoro, ma oggi tra comunità e i padroni dei sistemi algoritmici dell’Intelligenza artificiale che tutto decidono, abbiamo un rafforzamento della separazione classica della condizione del lavoratore, decisamente tagliato fuori dagli strumenti necessari per produrre. Il tempo e la vita di chi vende la propria forza-lavoro viene alienato tramite la creazione delle solite false coscienze, mitologie e narrazioni con cui la manovalanza viene tenuta al suo posto, irretita e lusingata nell’illustrazione del solito futuro prospero e felicità per tutti.
Oggi dobbiamo capire come il controllo si sia spostato dagli oggetti fisici alle infrastrutture immateriali, i mezzi di produzione sono gli algoritmi, i server e il codice delle piattaforme. Noi utenti delle piattaforme forniamo volontariamente i dati oppure questi ci vengono estorti con sistemi più o meno subdoli (tracciamento transazioni finanziarie, riconoscimento facciale, sorveglianza di massa, georeferenziazione tramite GPS del cellulare, reti relazionali, etc.), e non abbiamo alcun controllo sul modo in cui questi vengono elaborati o messi a profitto.
D’altronde già in Marx (“Frammento sulle macchine”) viene ipotizzato un momento in cui la conoscenza sociale accumulata (scienza e tecnica) sarebbe diventata la forza produttiva principale. Oggi capiamo che questo sapere collettivo è stato privatizzato da pochi grandi attori tecnologici.
Ahimè, non possiamo e non dobbiamo accontentarci del “controllo statale”, perché come dicevo sopra i meccanismi dei Governi potrebbero essere già stati hackerati da una visione tecnocratica, dietro la maschera dell’efficientismo e della sorveglianza e del decoro, e questa voglia di “ridurre la complessità” a favore di un CEO o di un Duce ci trascina rapidamente verso un tecnofeudalesimo.
Sarebbe invece da conquistare spazi e tempi per la riappropriazione e l’autogestione dei mezzi di produzione, e sto pensando alla socializzazione dell’Intelligenza artificiale, dove le decisioni su “cosa”, “come” e “per chi” produrre non seguono più la logica del profitto privato, ma le necessità delle comunità.
